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martedì 26 maggio 2015


DESCRITTI: LA MEMORIA E IL TEMPO PRIGIONIERO

 



 

NEL FOLTO DEI SENTIERI

di Umberto Piersanti

 

Titolo: Nel folto dei sentieri

Autore: Umberto Piersanti

Pagine: 240

Editore: Marcos Y Marcos

 

 
Quella di Umberto Piersanti è un figura di spicco nel panorama letterario nazionale; la sua poetica svaria ma resta fondamentalmente ancorata all'esistenzialismo novecentesco, filtrato da una particolare sensibilità emotiva, una luce che si illumina di paesaggi che poi passano diretti e pulsanti attraverso la sua penna, in versi che hanno la fluidità dell'acqua di fonte, il candore della neve sui monti, ma anche e soprattutto l'ardore del sentimento genuino.

Poche ma significative sono le domande che si pone Piersanti. Domande che riportano alla mente il passato, ponendolo in un continuo confronto con la realtà circostante. Tali domande sono il motivo ricorrente delle liriche raccolte nel "Folto dei sentieri".

È il tempo la miglior risposta. Il tempo che sfoca i ricordi e cambia volti suoni e colori, lasciando nomi e immagini libere di essere modellate a piacimento. Il tempo avvicina tutti alla fine, all'ultimo istante che vorremmo mai arrivasse, o almeno vorremmo arrivasse quando avremo ancora il capo alto e l'orgoglio fiero e non il corpo chino di chi è stato vinto, piegato.

"...forse c'è un luogo dove il vento le posa/ dove rimane incisa ogni figura/ dove non c'è gesto e respiro che si perda/ un luogo che sia sbarrato al tempo per l'eterno...".

La poesia di Piersanti è un sentiero che si srotola tra campi e valli, fiumi e cielo, campagna e città. In questo svolgersi l'occhio resta rapito da immagini che, vivide e sanguigne come in un fresco dipinto, acquisiscono spessore come per un tocco magico. Perdervisi è un attimo e il tempo si ferma

"...e lì s'arresta il tempo come nel quadro?/ e cessa lo sgomento per le ore che tregua non concedono al tuo giorno?...".

ed è sovente la figura del figlio Jacopo a emergere, insieme alle domande perenni del genitore che vede trascorrere l'esistenza e con gli anni emergere interrogativi, timori, affanni.

Versi semplici, che sanno di vissuto, di odorose verità.

Versi vaganti, complici di una memoria che non cede. Come sempre, anzi, essa vaga nel tempo che fu, alla ricerca di istanti, immagini, sensazioni felici. Questo vagare muta e assorbe le parole del poeta, i suoi versi diventano un personale diario di bordo, quello del capitano che naviga su acque scure e limacciose con la forza di una viola d'inverno che squarcia le nebbie portando in salvo il ricordo con gran nitidezza.

In questo alternarsi di quadri e paesaggi, la malinconia fa capolino, ogni tanto:

"...oggi/ in questi prati passo con una donna e un figlio/ un figlio che non guarda e non t'ascolta/ a queste luci e rami indifferente/ abita una contrada senza erbe e fiori/ e non c'è nessun altro nella sua strada/ ma lui avverte gli evi i più lontani/ il tempo che precede alberi e pietre...".

È un amore dichiarato, quello per il figlio, ma anche quello per la natura, i paesaggi e le nevi, il cielo e i fiori e gli animali che incontrava lungo strada.

"...Sempre ho scelto la terra e non il cielo/ ma quel giorno la terra era in cielo...".

"...Sempre m'è stata cara la stagione dei ghiacci e delle viole/ dentro i giorni sospesi ci sono nato...".

I versi di Aspettando l'inverno (su per la gola del Furlo) sono un mondo ancestrale che si risveglia nel tempo odierno. Suoni e figure, sentieri e luoghi che spuntano dietro l'ultima foglia di un albero centenario oppure lungo la scura linea dell'orizzonte dei monti impervi e solitari. Quei versi sono magia, credenza popolare, sogno e pensieri, bellezza e voci surreali. L'umida nebbia cela i contorni, lasciando trasparire solo l'odore gravido della terra bagnata. Gli umori, le palpitazioni di un mondo che è diverso a ogni passo compiuto ti entrano dentro come hanno fatto, per lungo tempo, con l'Autore dei versi.

Uno struggente canto d'amore, libero e spontaneo, senza calcoli o mire secondarie. Diretto e pungente come il vento in alta quota, tonante sulle creste dei monti ma anche silenzioso ed elegante come la neve che pian piano scende nei boschi.

La memoria che porta con sé i primi fremiti amorosi.

La memoria che rimpiange il padre, quelle braccia forti di uomo e le sue mani esperte.

"...Padre, la tua stagione sento dentro il sangue/ a quel tempo appartengo/ a quei sentieri di sassi bianchi e aspri/ e tu fugavi l'ombre nel cammino/ la tua mano mi guida tra i dirupi...".

Quel padre ora assente, oggi solo ricordo e dolce richiamo della mente.

La poesia di Piersanti non è però triste, sconsolata. È giusta. Di quel giusto che si impara solo col tempo, senza rinnegare il passato ma aprendo gli occhi per proseguire il cammino.

"...Oggi m'aggiro solo nel freddo bianco/ cerco le orme antiche di chi m'ha retto e forte sostenuto/ nel turbine che scende giù al mio fosso/ cerco le ombre che m'hanno guidato/ ma la neve è deserta/ sono lontane...".

Il viaggio di Piersanti è lungo, è uno sfogliar di pagine di una lunga e immaginaria confessione.

È il percorso del viandante ignaro eppure speranzoso.

Il viaggio di "...chi non sa dove andare meglio cammina/ nel buio che s'annuncia conviene perdersi/ i sentieri tra i campi sono infiniti/ la fonte sta dovunque o in nessun luogo...".  

 

lunedì 20 aprile 2015



DESCRITTI:
IL FASCINO DI UNA STORIA DI CARTA
 
 
 

LA CARTA DELLA REGINA

di Giorgio Caponetti
 

Titolo: La Carta della Regina

Autore:Giorgio Caponetti

Pagine: 336

Editore: Marcos Y Marcos
 




 
La carta affascina, narra, intriga, testimonia.

Le carte antiche recano testimonianze che aprono scenari, rispondono a decennali domande.

Pertanto, valgono. E valendo, c’è chi farebbe carte false (e spenderebbe soldoni) pur di possederle.

La carta della regina è un documento reale, legato alla storia della bisnonna di Federico II di Svevia, tale Adelasia Incisa del Vasto (anche detta Azelais o Adelaide).

Vissuta tra la fine del XI secolo e l’inizio del XII, la sua notorietà è legata al documento cartaceo più antico del mondo occidentale. E su tale documento verte parte del romanzo, anche se sarebbe riduttivo limitarsi a questo.

La ricerca documenta le idee dell’autore, tal Giorgio Caponnetti ex pubblicitario e allevatore di cavalli, narratore col vento in poppa. La sua è vera vena narrativa, non semplice esercizio.

Alvise Pàvari dal Canal, docente di Ippologia alla Ca’ Foscari, personaggio a tutto tondo creato dalla penna del suddetto Caponnetti, è il protagonista di quest’avventura tra i profumi e le leggende della Sicilia (le cronologie mi dicono si tratti della terza. Confesso che è la prima, per me. Colmeremo col tempo anche questa lacuna).

Alvise, veneziano doc, si trasferisce in terra di Trinacria per partecipare al matrimonio dell’amata nipote Anna Rosai con il nobile Rosario Marescalchi di Brancaforte.

La famiglia di Rosario, nobile decaduta e indebitata fino al collo, si trova a dover affrontare guai a ripetizione che mettono fuori causa il patriarca Ruggiero (per sempre) e il nipote Manfredi (immobilizzato su una sedia a rotelle a causa di una caduta).

Sulla tenuta di Brancaforte si allungano le mani della mafia, che rileverebbe (tramite presta nome) l’intera proprietà.

L’unico modo per scongiurare la vendita all’incanto, sarebbe reperire una somma pari a un milione di euro.

 Sarà Alvise a procurarla, grazie alle conoscenze e alle sue garanzie.

Qui mi fermerei perché detesto anticipare le trame.

Il fascino discreto dell’elegante Adelaide Marescalchi detta Dedè (zia di Rosario) farà da spalla all’acume e allo spirito vivace ed essenzialmente colto dell’ippologo.

Il risultato sarà un intrigante viaggio nella cultura della carta e della storia siciliana, un ponte sospeso tra passato e presente, con frequenti diramazioni e divagazioni.

La proprietà di tecnica e informazione impreziosisce il testo, anche se l’intento appare quello di viaggiare con leggerezza, tra battute non scontate e acute riflessioni.

Alvise è un personaggio che delinea ben presto le proprie peculiarità: è curioso, colto, osservatore, ma anche premuroso e devoto amico.

Il romanzo parte lento, ma è solo un carburare costante, come di chi la penna sa usarla e sa cosa vuole ottenere.

L’effetto è quello dilatato dei romanzi leggeri ma saporosi di cultura, di aromi e di vita.

La conoscenza si evince nelle descrizioni del mondo equestre, nelle documentate scene di falconeria e nell’intrigante mondo dell’antica arte di fabbricare la carta.

La simpatia dei personaggi, poi, la fa spesso da padrona.

Caponnetti ne stila un elenco come nella migliore tradizione giallistica, anche se di giallo non si tratta.

Come dimenticare, oltre allo stesso Alvise e la spalla Dedé, l’illogico senescente zio Ruggero, il falconiere Celòt e lo strozziere Medardo, il simpatico Toni (factotum di Ca’ Pàvari) che sembra godere nel contraddire il buon Alvise, il canaro Turi, misterioso e saggio, lo sbrindellato Aristotele Sennacheribbe, particolarissimo erudito che si diverte a maltrattare il povero Alvise nella terza parte del romanzo (uno dei personaggi che più mi ha colpito)? E l’antenata Adelasia, personaggio presentatoci attraverso memorie e voci degli altri, ma più presente di uno in carne e ossa?

Il sapore del mistero, del fascino arcano della donna, la curiosità, saltano fuori in molte pagine, aggredendo l’occhio del lettore e carpendone l’attenzione, con fiumi di loquacità mai stucchevole e sentieri da scoprire alla ricerca del finale.

La leggerezza è il carattere prevalente dell’Autore (ometto il sembra essere in luogo di è, perché ne sono certo), quasi con certa perfidia egli distilla azioni e apre visuali, svelando a poco a poco con ritmo tale da farti assorbire la narrazione, affinché tu non la senta mai stancante.

E così Caponnetti fa centro.

La curiosità gioca un bel ruolo, senza esaurirsi. Sfocia magari in altri interrogativi, e lasci l’ultima pagina con la sensazione di aver letto un libro piacevole, magari non indimenticabile ma di certo gustoso come il latte di mandorle, come il profumo delle zagare e i succosi frutti.

La voglia di leggerne un’altra c’è, ma quella la soddisferemo alla prossima avventura.

N’est pas, Alvise?