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lunedì 23 marzo 2015


DESCRITTI: STORIE DI NUOVA COSCIENZA LUSITANA

 



 
ALBA SPORCA

di Miguel Sousa Tavares

 
Titolo: Alba sporca

Autore:Miguel Sousa Tavares

Pagine: 304

Editore: Neri Pozza

 

 Quanto può essere sporca un'alba? Quanto può pesare un'ingenuità, un breve momento di buio nella gioventù, nel decorso di una vita?

L'alba di cui parla Manuel Sousa Tavares, autore portoghese tradotto in 11 lingue e pubblicato in 30 paesi, premio Grinzane-Cavour nel 2006 per Equatore, non ha i connotati di un periodo della giornata, non è una di quelle albe in riva al mare o affacciati alla finestra di una baita montana, quando scorgi i barlumi della luce di un nuovo giorno.

L'alba di Tavares è sporca come le coscienze, come le realtà reali di una società che cambia,  mettendosi alle spalle dignità e orgoglio dei tempi passati, quando ci si batteva per un ideale. È sporca come uno stupro, un'allucinante omesso soccorso, una corsa contro l'alcol e la depravazione, come il tacere per non veder compromessa la propria esistenza futura.

Questo accade nel romanzo di Tavares. Questo, e molto altro.

La vicenda vede protagonista Filipe Madruga, architetto del comune di Vila Nova d'Odemar, nell'Alentejo.

Egli è sì integerrimo e corretto, ma nasconde una spina nel proprio passato.

Anzi, più di una.

Nel tempo, Filipe ha scoperto di dover la sua esistenza a persone con le quali non ha legami di sangue. L'unica con cui è legato per ragioni biologiche, sua madre, si è lasciata morire giovanissima. Il padre (o almeno quello che Filipe considera tale, per lungo tempo) parte per l'avventura rivoluzionaria che avrebbe dovuto dare la terra a chi la lavora, nelle Unità Collettive di Produzione.

La Rivoluzione dei Garofani lo attira ed egli molla il piccolo borgo di Medronhais da Serra, il figlio e i genitori (la moglie, Maria da Graça, già non esisteva più per lui). Sarebbe morto schiacciato da un trattore.

Filipe, ormai trentenne, riallaccia periodicamente i suoi legami con il piccolo paesino, abbandonato da tutti tranne che da nonno Tomaz.

A Pasqua e a Natale, l'architetto Madruga torna dal nonno, l'unico che non ha mai voluto abbandonare Medronhais da Serra, fino a quando "... di giorno parlava con gli animali e la notte con le stelle del cielo, fin dove arrivava la vista, fin dove arrivava l'eco della sua voce. Non c'era più nulla a far ricordare che un giorno Medronhais era stato un paese abitato dalla gente e dalla vita, dall'allegria e dalla tristezza, come tutti i paesi e tutte le vite."  

Filipe ricorda così il signor Octávio, il barbiere del Salone Moderno, l'unico insieme al dottor Chagas a ricevere il giornale; il Caffè Centrale, la maestra Fátima, la prima a innescargli dei pensieri erotici fino a quando, dopo esser stata concupita da padre Anselmo, è costretta a lasciare il paese.

E ancora la bella Gualdina, che Filipe ammirava nuda nella vasca da bagno, come ritratta nelle foto che il fratello di lei, il brufoloso Gualter, gli vendeva di nascosto per dieci escudos.

E tanto altro, come l'amore per il calcio della squadra del Porto, vista per la prima volta al televisore a colori di Manuel da Toca, o il ricordo delle saporite pietanze che preparava nonna Filomena o le battute di caccia al cinghiale vissute con nonno Tomaz, o il sapore della merenda con le cipolle, perduto per sempre per andar via, per vedere il mare.

La vita, come detto, riserva a Filipe strani e improvvisi ribaltamenti, rese di conti che è lui stesso a innescare rifiutando un tentativo di corruzione.

La sua esistenza, quindi, interferisce con due figure che sono state importanti nel suo passato e che egli incontra dopo tanti anni: il politico Luìs Morais, futuro primo ministro portoghese, e l'affascinante magistrato Maria Rodrigues.  

Scelte difficili dovrà compiere Filipe, secondo coscienza.

Sullo sfondo, le vicende politiche del Portogallo negli ultimi trent'anni, dal rovesciamento della dittatura di Salazar nel 1974 fino ai giorni nostri.

Fiumi di denaro piovuti su un paese ancora alla ricerca della modernità, del proprio contesto sociale, tra corruzione e intrighi, abusi e prese di posizione.

La penna di Tavares è linda, secca, tratteggia scene e personaggi senza orpelli, senza fregi inutili. Belle le concatenazioni, fascinosa l'ambientazione (il Portogallo letterario non sarà solo Saramago!).

Peccato, a mio modesto parere, per un finale un po' morbido.

Le ultime pagine mi sono sembrate in bilico tra l'esigenza di una trovata a effetto e la fretta di concludere.

Qualcosa di elaborato non avrebbe potuto che elevare la qualità generale. Nel complesso, un libro che mi è piaciuto, di quel gradimento che poteva però essere maggiore.

Alla prossima, senza rancore.

venerdì 16 maggio 2014


DE-SCRITTI: DUE IN UNO. UNA PATRIA, DUE AZIONI, UNA VITA O UNA DOPPIA VITA?

                                                                                           


DUE IN UNO

di Sayed Kashua

Titolo: Due in uno

Autore: Sayed Kashua

Pagine: 352

Editore: Neri Pozza

 

Cominciamo con una frase.

«Ti ho aspettato e non sei venuto. Spero che vada tutto bene. Volevo ringraziarti per la notte scorsa, è stata meravigliosa. Mi chiami domani?».

 Cosa fareste voi, se trovaste un foglietto con sopra scritta una frase del genere, per di più con la grafia di vostra moglie?

Questa frase è l’espediente narrativo su cui ruota una mia piacevole scoperta bibliografica: il romanzo Due in Uno di Sayed Kashua, edito da Neri Pozza nella collana Bloom.

Meglio però precisare una cosa: dietro non c’è solo una storia di gelosia, ma un’architettura dell’intreccio e del intrigo direi eccellente, sorprendente, curiosa, avvolgente.

La trama del romanzo si dipana lungo due binari; le due parti della storia sono scandite da un punto di vista narrativo diametralmente opposto.

Interessante anche la scelta del titolo di ogni paragrafo: sostantivi, verbi, località, oggetti, spezzoni di frasi.

Tutti si ritrovano nel testo del paragrafo cui si riferiscono, messi lì quasi fossero un pro memoria, ma che secondo me hanno un significato nascosto che sarebbe bello indagare.

Di cosa parla, allora, Due in uno?

Da una parte, c’è la figura di un avvocato arabo in carriera, residente a Beit Safafa (il quartiere più ricco di Gerusalemme) il quale conduce una vita agiata, da protagonista, con una famiglia felice. Il suo unico cruccio è una scarsa cultura, e per ovviare a questa pecca e non sentirsi inferiore alle proprie frequentazioni sociali, egli acquista periodicamente libri consigliati da Ha’aretz, rivista di settore.

Tra questi suoi acquisti, un giorno gli capita tra le mani una copia gualcita de La Sonata a Kreutzer di Tolstoj. Sua moglie, un giorno, glielo aveva nominato, senza poi tornarci più sopra.

All’interno del libro, un sera, l’avvocato trova un biglietto con la frase che avete letto all’inizio di questa recensione.

Quella frase rappresenta la svolta del romanzo.

Con quella frase inizia ad aprirsi una voragine sotto il pavimento di certezze che l’uomo pensava di aver costruito.

Insicurezza, dubbi, titubanze, un’improvvisa cattiveria si fanno strada nell’animo dell’avvocato.

Inoltre, il risveglio dell’orgoglio arabo ferito, la gelosia che lo attanaglia, tutto concorre nel modificare il suo comportamento, mutando il sospetto in fissazione. Seguire la moglie per le strade di Gerusalemme, controllandone spostamenti e verificando ogni suo passo diventa la conseguenza più ovvia di tale stato d’animo.

Dall’altra parte, la storia viene narrata in prima persona da un altro arabo, Amir, il co-protagonista del romanzo. Giovane assistente sociale, Amir vede la propria vita mutare in seguito all’assistenza a un giovane israeliano (Yonatan) in stato vegetativo, trovando suo malgrado la strada per il proprio ingresso nel mondo, seppur contraddittorio, in cui vivono due realtà diverse come quella araba e quella ebraica.

La contrapposizione esiste, a livello culturale, economico, umano, questo è indubbio. E allora chi meglio di uno che la vive, che la conosce per presa diretta, poteva descrivere il dedalo di intrecci e la straripante fonte di confronto che emerge dalla coabitazione forzata in quei territori?

Tornando alla storia in sé, alla trama, ho già detto che essa viene condotta lungo due binari separati con stile, con tono incalzante.

Pagina dopo pagina, il lettore si chiede continuamente non solo come andrà a finire, ma il perché dei singoli passaggi, apparentemente scollegati ma agganciati in un modo lucido fino alla parte finale.

Infatti i binari, contrariamente al parallelismo infinito, in questo caso a un certo punto s’incontrano, e quando ciò accade portano a nuove scosse e modifiche nelle vite dei protagonisti.

Come ciò accada e quale sia il punto in comune delle due parti della storia non ho alcuna intenzione di rivelarlo.

Sarà bello scoprire da voi, leggendo le pagine di questo interessante testo acclamato dalla critica e dal pubblico in Israele, tutto quanto io non vi abbia rivelato (ed è il più, è chiaro).

Così avrete anche il piacere di assaporare il sorprendente finale.

Concludo con una frase, questa volta di mio pugno:

«Leggere le culture altrui è il modo migliore per ampliare la propria; leggere le parole altrui è il modo migliore per capire le persone. Se siete d’accordo con me, non fatevi sfuggire questo libro.

F.to Enzo D’Andrea».

 

giovedì 24 aprile 2014


DE-SCRITTI: LA STRUGGENTE BELLEZZA DELLA NATURA, COME IN UN DIPINTO A TINTE DI FUOCO NEL GHIACCIO DESERTO DELL’ARTICO. UNA STORIA MEMORABILE

 


 

IL COLLEZIONISTA DELLE ULTIME COSE

di JEREMY PAGE

 

Titolo: Il collezionista delle ultime cose

Autore: Jeremy Page

Pagine: 367

Editore: Neri Pozza

 

Quando non avremo altri orizzonti davanti a noi, ci troveremo davanti al limite. Quella sottile linea ci separerà dall’abisso o dal sogno, e il passaggio non sarà indolore.

Non si tratta solo di un passaggio materiale attraverso limiti geografici concreti, ma anche di un’introspezione profonda e dolorosa per capire fin dove si può spingere l’animo umano, lanciato in un viaggio che solo per alcuni si concluderà con un ritorno.

1845, porto di Liverpool. Eliot Saxby, un naturalista che colleziona uova e altri reperti naturalistici e altre piccole cose rare o quasi introvabili, viene pagato da influenti amici per imbarcarsi su un vecchio brigantino a tre alberi, l’Amethyst.

Lo scopo del viaggio è la ricerca di reperti di esemplari di alca impenne, un uccello dato per estinto e le cui ultime tracce si perdono nella foschia che avvolge un’isola disabitata al largo dell’Islanda.

La destinazione del brigantino è l’Artico, dove il capitano Kelvin Sykes conta di rifornirsi di materiale vario da poter tramutare in moneta sonante, spesso il suo vero cruccio. A bordo, oltre al mite e spaurito Eliot, viaggeranno esemplari di un’umanità strana, sfuggente e piena di interrogativi. E non solo tra i passeggeri, in particolare Edward Bletchley, un giovane imbarcatosi per dare la caccia agli animali artici e la sua compagna di viaggio, una misteriosa ragazza che suscita visioni e riporta a galla vecchi ricordi e angoscianti pensieri nella mente di Eliot, che si scoprirà mai del tutto serena.

Infatti, anche tra l'equipaggio ci sono tante di quelle tare e di quelle miserie dell'animo da far sì che ognuno di essi abbia il proprio armadio colmo di scheletri. Come scrive lo stesso Autore: "Mi resi conto di essermi imbarcato in un viaggio pieno di misteri, alcuni alla mia portata, altri oscuri e impenetrabili come l'Oceano oltre il parapetto".
 
Sullo sfondo, la tragedia degli animali dell’Artico, foche, trichechi, orsi,  uccelli, balene, trucidati per ricavarne barili d’olio, grasso e penne, per rinverdire un commercio attivo in quei tempi, quando i mari artici non venivano più visti come mete di conquista scientifica ma come luoghi di saccheggio, al di là di ogni ragionevole limite imposto dalla natura e dal buonsenso.

Ed è proprio la Natura con la “enne” maiuscola la vera protagonista della bella storia che Page, dotato scrittore già sceneggiatore e editor per la BBC e per Channel4, narra con maestria encomiabile.

I potenti tratteggi e la lirica sicura e calibrata, uniti alla densa rappresentazione dell’atmosfera del tempo, trascinano il lettore a bordo del malandato brigantino, facendogli provare gli scricchiolii del tavolato del ponte, assaporare la brezza del freddo nord, le foschie e l’ondeggiare selvaggio quando si scatena la tempesta e solo Dio si interpone tra la tragedia e un altro giorno in questo malandato mondo.

Una prova di gran maestria da parte di uno scrittore che ha riportato l’atmosfera e il sapore di altri tempi, mescolando una trama di passioni, desideri, vigliaccherie e aspirazioni, angosce e stupidità umana. Il ritratto dell’umanità che emerge è impietoso, poiché la brama e il desiderio oscurano la ragione isolando ogni individuo e rendendolo simile solo a sé stesso.

Page ha saputo trovare l’intonazione e lo stile dei grandi scrittori dell’Ottocento, creando un vigoroso intreccio psicologico e materializzando paure e sentimenti con gran sagacia.

 Il suo scopo è stato, a mio modesto avviso, pienamente raggiunto. E scusate se è poco.

 

giovedì 19 dicembre 2013


DE...SCRITTI:



UN FILM WESTERN DA LEGGERE COME UN LIBRO, MOLTO PRIMA CHE NE FACCIANO UN FILM…

 
ARRIVANO I SISTER

di PATRICK DEWITT

Titolo: Arrivano i Sister

Autore: Patrick Dewitt

Pagine: 304

Editore: Neri Pozza

 

Arrivano i Sister… Appena lessi questo titolo, per assonanza mi ricordai di un vecchio telefilm ambientato nell’America dell’800. Arrivano le spose, mi pare s’intitolasse.

Certo, basta iniziare a leggere e subito il debole accostamento va via come una granello di polvere in un giorno di vento …

La storia è ambientata nel Far West, nella California di metà ‘800.

Charlie ed Eli Sister sono due fratelli che si guadagnano da vivere ammazzando la gente su commissione. Due killer spietati ma anche profondamente diversi tra loro. Charlie è freddo, apparentemente insensibile nell’eseguire gli incarichi. Eli, al contrario, pensa e a volte pure troppo. Uccidere non lo entusiasma, ed è solo il vedere il fratello in pericolo a trasformarlo in un sicario affidabile.

I due ricevono dal Commodore, un potente della zona, l’incarico di braccare e far fuori un certo Hermann Kermit Warm, cercatore d’oro che avrebbe derubato il ricco signore. In realtà, come si scoprirà in seguito, la loro missione avrebbe ben altro scopo.

Eli è la voce narrante. Un personaggio introspettivo e particolare, ma tanto vero quanto surreale, con il suo corollario di timori, dubbi e certezze, sempre sull’orlo del distacco dal credo e dalle convinzioni del fratello maggiore Charlie. La storia acquisisce l’inflessione della sua voce e non la smarrisce più fino al termine.

Finalista al Booker Prize 2011, il romanzo sui due fratelli ruota intorno a loro e all’oro. Certo, perché di mezzo c’è anche la corsa al pregiato metallo.

La micidiale febbre per la ricchezza, vera protagonista della parte finale del romanzo, mostrerà  ancora una volta come sia sottile il confine tra il sogno e la misera caduta all’inferno. Il tutto è condito con una mirabolante sequenza di disavventure, incocciando in dentisti imbroglioni, orsi dal pelo fulvo, indiani feroci, boss attorniati da tirapiedi da barzelletta, una megera e una tenutaria di un saloon, malata di tisi, di cui Eli s’innamora invano. Un assortimento di personaggi a volte surreali, eppure così autentici in quel polveroso, vecchio e bastardo West di una volta.

A tratti pare di rivedere scene di qualche film del grande Sergio Leone, con un pizzico di pazzia in più. Anche l’umorismo, a volte latente nelle situazioni ma spesso così forte e immediato che non occorre neppure sforzarsi tanto per gustarlo, viene dosato quasi alla perfezione per stemperare (secondo me riuscendoci appieno) la drammaticità delle scene più violente. Un esempio su tutti?

Leggete un po’ questo breve passaggio:

‹‹Cos’è stato quel rumore?›› ha chiesto.

‹‹Un proiettile che ti ha centrato in pieno››.

‹‹Un proiettile che mi ha centrato dove?››.

‹‹In testa››.

‹‹Non lo sento. E non sento quasi niente. Dove sono gli altri?››.

‹‹Sdraiati accanto a te. Anche loro con un proiettile in testa››.

‹‹Davvero? E parlano ancora? Non li sento››.

‹‹No, sono morti››.

‹‹Ma io non sono morto?››

‹‹No, tu no››.

Come in ogni storia del genere, anche le sparatorie, la violenza e il crudo realismo non mancano. Inoltre il testo è disseminato di momenti più introspettivi e malinconici.

Mescolando il tutto, salta fuori Arrivano i Sister.

Certa critica, negli States, ha paragonato Dewitt a un McCarthy umoristico, dopo averlo accostato a Fante e Bukowski per il precedente romanzo Abluzioni.

Non so quale dei paragoni possa reggere davvero. Intanto io ci vedo anche un po’ di Paul Auster, ma non lo dite a nessuno… Fatto sta che il romanzo funziona davvero, i personaggi sono credibili, ben costruiti e grondanti del realismo cui ci ha abituato certo cinema del passato, e già questo basta.

A me, di certo.

E credo sia più che sufficiente per incuriosire anche tanti altri, perché non è affatto facile, di questi tempi, scrivere una storia delle vecchie terre di frontiera e conservare la freschezza e la solidità, nonché il fascino che avevano storie del genere tanti anni fa.